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Il cibo come strumento di reinserimento sociale
06
Apr

Il cibo come strumento di reinserimento sociale

Non è facile pensare al connubio cibo-carcere senza evocare due mondi apparentemente distanti: l’uno appartenente alla sfera del piacere e della convivialità, l’altro a quella della sofferenza e della costrizione. L’unico punto di contatto sembra essere l’alimentazione come base fisiologica della sopravvivenza quotidiana e l’immaginazione va a seriali mense carcerarie, scadenti e alienanti. Benedetta Calabresi ci aiuta invece a dare un senso completamente diverso a quel binomio gettando una vivida luce su entrambi i concetti, le pratiche, le funzioni.

Il cibo si presenta così nel suo più ampio e pieno riferimento alla cucina e alla gastronomia, alle tecniche e alle arti, alle tradizioni, ai sapori, ai profumi, alle sensazioni tattili, visive e sonore. In una sola parola: “cultura”. Il carcere si trasforma da luogo chiuso a luogo aperto, snodo di scambi, laboratorio di nuove identità, processo di educazione all’autonomia di pensiero e di azione come indispensabile premessa alla responsabilità individuale e sociale. Un luogo di “rieducazione”.

Proprio la “rieducazione”, come ci ricorda Calabresi, è il fine ultimo della pena che i costituenti vollero indicare nel lontano 1947 con il comma 3 dell’art. 27. Una visione  troppo spesso disattesa dalla realtà, che vede modalità di esecuzione della sanzione fine a se stesse e condizioni carcerarie incompatibili con l’obiettivo di rimuovere o attenuare le cause che hanno indotto il condannato a commettere il reato.

L’ingresso nelle carceri di progetti legati al cibo, come bene illustra Calabresi,  è uno dei segnali, per fortuna non rari, in controtendenza, peraltro previsti dal vigente Ordinamento penitenziario. Si propone come un concreto e adeguato “trattamento di recupero” e come una modalità “extraistituzionale” di esecuzione, entrambi finalizzati a un effettivo reinserimento sociale delle persone coinvolte. Il cibo, la cucina, è in primo luogo scambio e condivisione di saperi, intellettuali e tecnici, svolge un ruolo civilizzatore come “arte del saper vivere”: diventa laboratorio di convivenza sociale dove si apprende il rispetto degli interessi fondamentali collettivi. Le possibili metafore e suggestioni sono tante e si potrebbe, per esempio, rievocare la capacità del gusto di valutare e distinguere ciò che buono da ciò che e cattivo, e sappiamo come l’organo del piacere gastronomico sia la mente prima ancora della lingua. Il gusto come realtà collettiva e condivisa, frutto di un’esperienza di cultura che affonda le radici in un antico terreno di socialità.

Il compito di uno Stato laico non è quello di rieducare “moralmente” il condannato, ma di rieducarlo alla legalità. Per fare ciò è tuttavia necessario costruire e condividere una infrastruttura etica, una tensione educativa orientata al riadattamento alla vita sociale. Soltanto così il carcere può proporsi come una vera e propria istituzione pubblica e, come la scuola o la famiglia, svolgere la propria funzione socializzante.

I progetti legati al cibo rappresentano così una preziosa occasione, direttamente testimoniata dalle voci delle donne e degli uomini privati della libertà personale che Calabresi ha opportunamente raccolto con sensibilità e intelligenza. Insieme a queste voci emergono anche quelle degli operatori delle associazioni, delle aziende e delle cooperative sociali che dedicano tempo e risorse a questo fine. Calabresi ce ne offre uno spaccato necessariamente parziale, ma capace di restituirne la ricchezza e il valore. Riferendosi a questi soggetti si parla spesso e genericamente di “volontariato”: una categoria, senza dubbio meritoria e nobile in sé, che tuttavia risulta per molti versi riduttiva. All’atto volontario di aiuto, le organizzazioni promotrici dei progetti legati al cibo coniugano la capacità di trasmettere un eccezionale patrimonio di competenze, conoscenze, abilità. Agiscono sulla techne, sul fare artigianale come campo della conoscenza e della cultura, come tramite della condivisione e della comunicazione; si confrontano con i sistemi di produzione, con il mercato e con l’innovazione; osservano e condividono regole e procedure; uniscono tradizione, qualità e sostenibilità. Non si limitano a offrire il loro importante contributo al reinserimento sociale e lavorativo dei condannati, aspirano a farlo in una società più equa, più inclusiva, più rispettosa dell’ambiente e delle persone. Una società migliore.

Giancarlo Monina, Delegato del Rettore per la formazione universitaria negli Istituti penitenziari.
Professore ordinario di Storia contemporanea, Università Roma Tre.

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